Mi alzai dal letto scansando libri, riviste, foto, tazzine vuote e quant’altro mi faceva compagnia nell’unico posto per me possibile in quei tempi in cui mi alzavo la mattina sbuffando perché dovevo affrontare un’altra inutile giornata e spaventata nel doverlo fare.
Quella mattina avevo ricevuto la telefonata di un’amica che m’invitava a casa di un’anziana cantante, un soprano, era sicura che avrei trovato affascinante chiacchierare con lei.
Chiara era preoccupata che io stessi tanto male.
Per me che in quel periodo faticavo moltissimo a uscire quell’ invito fu una violenza. Litigammo.
Mi preparai accuratamente, come per un appuntamento amoroso.
Dopo un lungo bagno, curai viso e corpo e mi truccai con attenzione. Indossai una gonna di lana leggera, di un pallido grigio, e un lupetto nero di cachemire del quale andavo orgogliosa. Mi dava un’aria intellettuale. Completai con anfibi neri, vari monili d’argento e una sciarpa di seta grezza tailandese, viola.
Con i miei occhi verdi bistrati di nero, per nascondere il gonfiore delle palpebre, mi avviai alla macchina.
Era l’inizio di primavera, con l’aria frizzantina trovai piacevole guidare fuori città per raggiungere la villa al mare.
Cosa aveva detto Chiara? Come aveva spiegato la mia visita?
Giunsi nella via che mi era stata indicata e cercai il numero civico. Posteggiai sospirando e lessi il suo nome sul citofono, Aurora Elisabetta Guarneri.
Tre cani abbaiarono, si aprì il cancello di ferro e mi vennero incontro. Bellissimi, di razze diverse. Stavano uniti quasi temessero i visitatori.
Percorsi il viale e invidiai subito la casa che mi trovai di fronte.
Si è più felici a vivere in posto come quello?
La vidi sulla porta. Era di una bellezza che mi emozionò.
Un’eleganza discreta, non alta, armoniosa nelle forme, capelli azzurrini e occhi profondi. Indossava uno scialle di seta bordeaux su un vestito di taglio antico.
“ Sono contenta di averla qui ”, mi disse.
I suoi movimenti erano lenti. La voce fonda e senza tempo, fluiva dolce, sicura.
La stanza nella quale ci fermammo era arredata con divani bianchi di morbido alpaca, tappeti blu notte, varie candele e uno splendido lume di vetro antico.
Le finestre, incorniciate dal verde delle piante, illuminavano di candore gli oggetti che aveva raccolto in giro per il mondo.
In un angolo il pianoforte a coda. Nero, lucido, sovrano. Alle pareti grandi foto di lei, giovane, in costume di scena o abbracciata a un uomo, sorridente o assorta. Regina delle proprie scelte.
Ci sedemmo attorno ad un tavolino di legno scuro, pregiato, ricco di venature. Una musica barocca in sottofondo sembrava cullare le nostre parole. Mi offrì dei pasticcini di mandorle accompagnati da un tè alla mela, che scelsi da una scatola di legno.
Iniziò a raccontarmi ogni cosa. I viaggi, i successi, i teatri di tutto il mondo, i corteggiatori, l’emozione del canto.
All’improvviso mi disse: “Lei ha perso un figlio”.
Mi sentii raggelare. Chiara glielo aveva detto.
“Non ho ricette da darle, né belle frasi per consolarla. Anch’io ho perso un bambino e ho compresso il dolore fino ad avere la sensazione di esplodere, fino a desiderare di uccidere qualcuno per pareggiare il conto con il mondo. Non ho voluto più amare nessuno per molto tempo finché non è arrivato Kuma”.
Entrò uno scricciolo di bambino, scuro e con un sorriso d’incanto, che l’abbracciò come se lei fosse il mondo intero.
“Non si lasci schiacciare dal dolore. Gridi, si disperi, si lasci morire fino a sentire il freddo dello schianto. Aggredisca chiunque non la comprenda. Strapazzi ogni momento della giornata. Ma faccia la sua scelta di vita. Apparterrà sempre al suo bambino, non ci sarà dolore più grande di quello che ha già vissuto, ma deve conservarlo nel suo cuore e andare ovunque la vita la condurrà. Non deve permettere a se stessa di non amare più.”
Non mi disse niente di nuovo o di particolarmente significativo e non so spiegarvi perché uscii da quella casa più leggera.
Forse perché intuii che potevo sopravvivere.
Forse perché capii che l’amore che provi sarà tuo per sempre, neanche l’assenza potrà portartelo via.
Rosanna Safina