giovedì 24 gennaio 2008

sui libri

…perché ogni copia di libro può appartenere a molte vite e i libri dovrebbero essere incustoditi nei luoghi pubblici e spostarsi insieme ai passanti che se li portano dietro per un poco e dovrebbero morire con loro, consumati dai malanni, infetti, affogati giù da un ponte insieme ai suicidi, ficcati in una stufa d’inverno, strappati dai bambini per farne barchette, insomma dovunque dovrebbero morire tranne che di noia e di proprietà privata, condannati a vita in uno scaffale.

Erri De Luca, ‘Tre cavalli’

Due brevi

Non basta il canto ammaliatore
per ricordarmi di un amore scosceso

non serve la fallace parola
per dimenticare l’immota rupe

vorrei una fulgida armatura



Come fragile vetro
Su fornace ardente,

come sabbia fusa
filata
da spire ingannevoli,

attendo volute amorose,
plasmabili umori.

Rosanna Safina

Ironia

Strano quel concerto. Non mi entusiasmava il programma, un’orchestra giovanile suonava due sinfonie di Haydn. Mi portò a uscire da casa il fatto di andarci con un uomo che da qualche mese mi interessava. O meglio, non avevo ancora capito se e quanto mi interessasse davvero, mi lasciai soltanto trascinare dalla sua bellezza, che mi dava una leggera eccitazione dei sensi, e mi affidai a lui.
L’atmosfera era quella di sempre, sorrisi, saluti, commenti e sbadigli.
La prima cosa che notai fu l’espressione di beatitudine di un’anziana ed elegante signora che mi regalò un sorriso. Il marito, accanto, già dormicchiava, ma lei sembrava non desiderasse che essere in quel posto.
Guardai gli osceni cartelloni pubblicitari che da qualche tempo erano esposti in sala e provai vergogna.
Il mio accompagnatore ignorava la galanteria e io mi dedicai svogliatamente al programma.
Mi chiedevo cosa ci facessi lì con quell’uomo e quanto anche questa volta avrei sofferto.
Si spensero le luci.
La vidi subito entrare. Una delle violoncelliste aveva portato con sé la borsa!
Ha lunghi capelli scuri, un abito nero e scollato, una spallina caduta. Le sue rotondità sembrava avrebbero reso più morbido il suono.
Ma quella borsa in concerto? Portava amuleti, conchiglie, medicine? Scelgo l’ipotesi che mi sembra più affascinante, porta conchiglie del posto dove ha lasciato il suo uomo. Un’isola nella quale possiedono una casa con pareti di legno e tappeti colorati, lontana dai posti in cui lei va a suonare. Lei ama quel posto e lui infinitamente, e non si separa mai da loro.
Il mio sguardo si posò sul violinista dell’ultima fila.
Magro, esangue, con l’abito troppo grande e la cravatta allentata. I suoi movimenti sono deboli, come quelli di un dilettante.Lo immaginai abitare in una vecchia casa, eredità di uno zio lontano. E’ fredda la sua casa e d’inverno usa una stufa elettrica. Al termine del concerto tornerà solo e consumerà la cena. E’ distante dai sogni di successo. Non è più il virtuoso che andava ogni giorno al conservatorio. La colpa è della bellissima e feroce Eleonora che lo ha abbandonato.
In fondo all’orchestra c’è il timpanista. Occhiali da intellettuale, capelli spettinati, giovanissimo. E’ molto carino. Perché ha quello sguardo rapito? Lo capirò quando lo vedrò guardare smarrito l’arpista vicina.
Durante l’intervallo raccontai tutto questo al mio distratto accompagnatore, mi guardò con sensuali occhi dolci e con fredda ironia mi disse:
“Ma davvero durante un concerto immagini tutto questo?”
Non aspettai altro, chiamai un taxi e corsi a casa.
Rosanna Safina

Non sense

Una sottana di seta blu, con raffinate sfumature azzurre sul corpetto di pizzo leggero, stanca delle acerbe, ma scandalose notti di due giovani amanti, indossò un paio di ali trovate dentro a un giornale stropicciato e scivolò fuori dall’oblò di una nave da crociera che veleggiava verso caldi mari tropicali.
Seguì la bolla di luce lunare proiettata sul mare già in ombra e, rapida come scheggia, si precipitò sulla terraferma ai piedi di una robusta quercia, che per qualche momento divenne la sua casa.
Prese un lungo respiro e iniziò a percorrere vecchie strade di ciottoli grigi e polverosi. Giunta a un crocevia incontrò un vecchio ubriacone che dormiva sui gradini di una piccola chiesa, l’olezzo di vino le suscitò nausea e repulsione e per un attimo, come un lercio straccetto, si accasciò al suolo.
Strano quadro per i rari passanti.
Si ricompose al suono di un’ardente melodia. Seguì il flusso delle note e si trovò in una grande stanza in penombra: un violoncello vibrava più voluttà e desiderio di quanto avrebbe mai potuto immaginare.
Si fermò lì e pianse.

Rosanna Safina

La cantante

Mi alzai dal letto scansando libri, riviste, foto, tazzine vuote e quant’altro mi faceva compagnia nell’unico posto per me possibile in quei tempi in cui mi alzavo la mattina sbuffando perché dovevo affrontare un’altra inutile giornata e spaventata nel doverlo fare.
Quella mattina avevo ricevuto la telefonata di un’amica che m’invitava a casa di un’anziana cantante, un soprano, era sicura che avrei trovato affascinante chiacchierare con lei.
Chiara era preoccupata che io stessi tanto male.
Per me che in quel periodo faticavo moltissimo a uscire quell’ invito fu una violenza. Litigammo.
Mi preparai accuratamente, come per un appuntamento amoroso.
Dopo un lungo bagno, curai viso e corpo e mi truccai con attenzione. Indossai una gonna di lana leggera, di un pallido grigio, e un lupetto nero di cachemire del quale andavo orgogliosa. Mi dava un’aria intellettuale. Completai con anfibi neri, vari monili d’argento e una sciarpa di seta grezza tailandese, viola.
Con i miei occhi verdi bistrati di nero, per nascondere il gonfiore delle palpebre, mi avviai alla macchina.
Era l’inizio di primavera, con l’aria frizzantina trovai piacevole guidare fuori città per raggiungere la villa al mare.
Cosa aveva detto Chiara? Come aveva spiegato la mia visita?
Giunsi nella via che mi era stata indicata e cercai il numero civico. Posteggiai sospirando e lessi il suo nome sul citofono, Aurora Elisabetta Guarneri.
Tre cani abbaiarono, si aprì il cancello di ferro e mi vennero incontro. Bellissimi, di razze diverse. Stavano uniti quasi temessero i visitatori.
Percorsi il viale e invidiai subito la casa che mi trovai di fronte.
Si è più felici a vivere in posto come quello?
La vidi sulla porta. Era di una bellezza che mi emozionò.
Un’eleganza discreta, non alta, armoniosa nelle forme, capelli azzurrini e occhi profondi. Indossava uno scialle di seta bordeaux su un vestito di taglio antico.
“ Sono contenta di averla qui ”, mi disse.
I suoi movimenti erano lenti. La voce fonda e senza tempo, fluiva dolce, sicura.
La stanza nella quale ci fermammo era arredata con divani bianchi di morbido alpaca, tappeti blu notte, varie candele e uno splendido lume di vetro antico.
Le finestre, incorniciate dal verde delle piante, illuminavano di candore gli oggetti che aveva raccolto in giro per il mondo.
In un angolo il pianoforte a coda. Nero, lucido, sovrano. Alle pareti grandi foto di lei, giovane, in costume di scena o abbracciata a un uomo, sorridente o assorta. Regina delle proprie scelte.
Ci sedemmo attorno ad un tavolino di legno scuro, pregiato, ricco di venature. Una musica barocca in sottofondo sembrava cullare le nostre parole. Mi offrì dei pasticcini di mandorle accompagnati da un tè alla mela, che scelsi da una scatola di legno.
Iniziò a raccontarmi ogni cosa. I viaggi, i successi, i teatri di tutto il mondo, i corteggiatori, l’emozione del canto.
All’improvviso mi disse: “Lei ha perso un figlio”.
Mi sentii raggelare. Chiara glielo aveva detto.
“Non ho ricette da darle, né belle frasi per consolarla. Anch’io ho perso un bambino e ho compresso il dolore fino ad avere la sensazione di esplodere, fino a desiderare di uccidere qualcuno per pareggiare il conto con il mondo. Non ho voluto più amare nessuno per molto tempo finché non è arrivato Kuma”.
Entrò uno scricciolo di bambino, scuro e con un sorriso d’incanto, che l’abbracciò come se lei fosse il mondo intero.
“Non si lasci schiacciare dal dolore. Gridi, si disperi, si lasci morire fino a sentire il freddo dello schianto. Aggredisca chiunque non la comprenda. Strapazzi ogni momento della giornata. Ma faccia la sua scelta di vita. Apparterrà sempre al suo bambino, non ci sarà dolore più grande di quello che ha già vissuto, ma deve conservarlo nel suo cuore e andare ovunque la vita la condurrà. Non deve permettere a se stessa di non amare più.”
Non mi disse niente di nuovo o di particolarmente significativo e non so spiegarvi perché uscii da quella casa più leggera.
Forse perché intuii che potevo sopravvivere.
Forse perché capii che l’amore che provi sarà tuo per sempre, neanche l’assenza potrà portartelo via.
Rosanna Safina

6 gennaio 2007

Cantieri culturali alla Zisa, Spazio Zero
Teatro, ore 20.30
Letture a cura di Letizia Porcaro, Delia Altavilla, Giorgio D’Amato, Tommaso Gambino, Monica Gentile, Laura Mancuso, Andrea Meli, Rosanna Safina

14 dicembre 2007

Presentazione del libro ‘Sonata per i porci’ di Giorgio D’Amato
Romanzo in quattro movimenti

Letture a cura di Letizia Porcaro, Delia Altavilla, Tommaso Gambino, Monica Gentile, Laura Mancuso, Andrea Meli, Rosanna Safina

Spazio Nike, Via Monteleone 3, Palermo